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Nerofrizzante

il nostro inchiostro preferito

Camilla Ronzullo, La misura di tutto

Nina ha 38 anni, un lavoro ben pagato e una lunga relazione in corso ma, nonostante tutto ciò non riesce a trovare il senso della sua vita. Quando la relazione con il suo fidanzato finisce, Nina è costretta a rimettersi in gioco, non sapendo neanche lei come dopo così tanto tempo. Decide quindi di scrivere su un taccuino le sue giornate per cercare di dare un ordine alla sua vita. Un  giorno. A un luna park itinerante, incontra Geraldo Barrecca, detto Gerri, un illustre scultore settantenne da poco ritiratosi a vita privata per una malattia che gli impedisce di fare ciò che più ama. Gerri racconta a Nina di essere richiesto a Lampedusa, la sua terra d’origine, per riparare la statua simbolo dell’isola, l’Atena di Sciatu Persu. Inaspettatamente, Gerri le chiede di accompagnarlo e Nina accetta. Per arrivare fino all’isola intraprendono un viaggio a più tappe in compagnia di Cesare , il conducente di una Blablacar con cui stringono amicizia . Questo viaggio porterà Nina ad aprire i suoi orizzonti e a comprendere il valore delle cose che accadono per caso e che non pianificate ti sconvolgono la vita. Questa è la storia di un viaggio che grazie alle persone incontrate , le opere d’arte ammirate e soprattutto i suoi due nuovi amici la condurrà a capire che non esistono un tempo e una misura uguale per tutti, e a comprendere quale sia la vera misura di tutto.

Perchè sì

Perchè ogni tanto serve rimettere in discussione se stessi e i propri riferimenti, come fa appunto Nina nel libro. Insieme a lei e alla sua storia il lettore è portato a riflettere sul vero significato della vita, sul senso del dolore, sull’amore e su molti altri temi di altrettanta importanza. Il viaggio di Nina non è solo un viaggio fisico tra le bellezze d’Italia ma anche un cammino nella sua interiorità. È un libro da leggere anche solo per l’impaginazione originale e il testo che interagisce con il lettore tramite foto, sottolineature e molto altro come un vero diario di viaggio. Lo stile dell’autrice è molto fluido e scorrevole, molto piacevole da leggere.

Perchè no

Il libro non è suddiviso in veri e propri capitoli, più che altro in sezioni a seconda delle varie tappe del viaggio. A volte è difficile anche a livello di struttura comprendere la tempistica degli avvenimenti, nonostante siano presenti delle date corrispondenti a i diversi giorni di viaggio. In alcuni punti la trama può risultare un po’ scontata.

Isabella Famoso

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L’intellettuale: leader o sognatore?

“Ci sono uomini che sanno tutto, peccato che è tutto quello che sanno”

(da Il Principe, di Niccolò Machiavelli).

Oggi accade spesso di guardare con titubanza e incertezza a concetti come ‘intellettuale’ e ‘cultura’, considerati troppo astratti per essere identificati, oppure banalizzati con distacco e superficialità. Eppure entrambi i concetti sono, perlomeno a parole, ritenuti universalmente importanti, senza saperne il perché. Resta, dunque, da comprendere in dettaglio il ruolo e le caratteristiche di questa figura della nostra società: chi è oggi un intellettuale?

Il prototipo tradizionale d’intellettuale, ben noto alla cultura di massa, come identificato da Antonio Gramsci nei propri “Diari” dal carcere, è incarnato da letterati, filosofi e artisti, e, quindi, anche dalle professioni moderne che riuniscono questi ambiti, come quella del giornalista. Tali figure sono, però, a loro volta, spesso non pienamente comprese in una società come quella attuale in cui la condivisione della propria vita e delle proprie azioni avviene sempre di più in via virtuale. Infatti, l’immagine largamente diffusa dell’intellettuale è forse quella di un colto trecentesco, come Francesco Petrarca, chiuso nel proprio studiolo intento a cibarsi voracemente la sera di opere antiche per poi digerirle, apprendendole, la mattina seguente, secondo la pratica della ruminatio. Ridurre a questo il ruolo dell’intellettuale è una mossa ardita quanto limitante: in realtà, il contatto con il mondo esterno è sempre essenziale, ad esempio per un letterato, che si ispira alla realtà per comporre la propria opera, che poi pubblica, non solo per il profitto economico. Senza dubbio, questo è diventato più evidente nell’umanesimo rinascimentale italiano, soprattutto quello cittadino di Firenze, che ha consolidato definitivamente, a livello storico, l’importanza della cultura diffusa e condivisa, proprio a partire dagli intellettuali che la producono.

In questo Gramsci è molto chiaro: l’attività dell’intellettuale è composta da un’elaborazione cerebrale che rimane all’interno del singolo e costituisce l’occupazione dell’homo sapiens, e poi da sforzo muscolare-nervoso i cui prodotti hanno delle ripercussioni anche sulla realtà esterna, che sono frutto del mestiere dell’homo faber. L’uomo, in ogni attività che svolge, è al tempo stesso sia sapiens che faber, cioè sia elaboratore teorico interiore che esecutore materiale esteriore, seppure in proporzioni differenti; l’intellettuale, invece, nella sua “professione”, è perfettamente in equilibrio fra le due definizioni di uomo e le rispettive attività. Di conseguenza, non esiste affatto un intellettuale, come il modello citato in precedenza, che sia dedito esclusivamente alla speculazione teorica, che si astragga dalla dimensione pratica e comunitaria della realtà. A sostenere questa tesi fu per primo Aristotele, che era solito definire l’uomo “un animale sociale e politico”, proprio perché l’individualità per scelta è una condizione segnale di arretratezza e bestialità, mentre la collettività organizzata di evoluzione e umanità. L’uomo, anche al di fuori della propria professione, si adopera ad ogni attività, per sua natura, attraverso l’uso della ragione, e, altrettanto per sua natura, contribuisce a modificare la realtà in cui vive, suscitando nuovi stimoli ed idee. Per realizzare questo, risulta cruciale l’attivo ruolo in ambito politico, caro sia ad Aristotele che a Gramsci: non sono sufficienti le conoscenze per cambiare il mondo, anzi, l’apporto principale è forse la capacità e, per certi versi, il coraggio di condividere opportunamente tale sapere e lottare, attraverso l’uso della ragione, affinché la proposta di cambiamento avanzata si avveri.

Se questo risultava valido ai contemporanei di Aristotele e poi, nel passato più recente, a Gramsci, a maggior ragione, questa costante è incontestabile oggi, anche a causa di eventi del recente passato, come la Seconda guerra mondiale, che ha dimostrato platealmente l’importanza di prendere parte attiva alla vita politica. Italo Calvino, infatti, grande sostenitore della Resistenza, applicava questo concetto alla sua categoria, quella dell’intellettuale, che deve – per usare le parole di Gramsci – non solo dar sfoggio alla propria eloquenza oratoria, ma essere “persuasore permanente”, passando da erudito “specialista”, chiuso in se stesso a eroe “dirigente”, protagonista e “falegname” della vita propria e degli altri.

La cultura oggi è essenzialmente multidisciplinarietà e versatilità, capacità, cioè, di spaziare con profondità e passione tra diversi ambiti, con la disponibilità, però, al dialogo razionale, anche a rischio – o meglio, a favore – di mettere in discussione le proprie opinioni. Un uomo di cultura, però, oltre a possedere quest’atteggiamento, per essere un “vero intellettuale”, non può non mettere al servizio della comunità le proprie competenze, adoperandosi attivamente al fine del benessere comune. Ogni ambito è, infatti, incluso in questa definizione, ma senza dubbio quello preminente è dato dall’attività politica che, dalla nascita delle poleis greche a oggi, costituisce, per eccellenza, almeno in teoria la ricerca disinteressata (a livello individuale, s’intende) del bene comune; non a caso, infatti, esso nasce, in origine, come una delle problematiche indagate, a partire da Socrate, dalla filosofia greca, che è ricerca disinteressata del vero.

Emerge, dunque, un carattere prioritario della cultura: l’utilità. Il termine cultura stessa deriva, infatti, dal verbo latino colo cioè “coltivare”, un’attività pratica funzionale alla sussistenza, prima ancora che al profitto. L’intellettuale deve dunque agire in virtù di questo concetto e mirare a questo obiettivo. Egli, possedendo uno sguardo più ampio e diversificato sulla realtà, ha l’oneroso compito di ribadire quei principi sociali, politici, economici affinché vengano poi applicati nella pratica, al fine di migliorare la realtà. Egli deve, inoltre, essere all’avanguardia, mai anacronistico o refrattario al cambiamento, ma a favore del progresso, riconosciutine i suoi vantaggi e avendo progettato come renderli proficui. L’intellettuale, in questo, non deve avere, però, uno sguardo utopico e ideale, bensì pragmatico e realistico: la cultura è fonte di valori civili, di cui l’intellettuale deve sottolineare con decisione e lungimiranza ponderata il potere e la forza, anche nell’ottica di formare – non solo informare – altri, diffondendo, senza una mera ostentazione di nozioni, il sapere.

In definitiva, non esistono categorie professionali o requisiti specifici per essere un intellettuale, se non la continua ricerca della conoscenza a diversi livelli, con l’obiettivo di realizzare attivamente, e non solo idealmente, una società migliore per tutti i suoi componenti. Non resta, dunque, che augurarsi che i nuovi mezzi di comunicazione facilitino questo processo, e che tutti gli “specialisti”, di cui il mondo di oggi, fortunatamente dispone in gran numero, ancora però chiusi nella propria individualità, riescano ad accettare quest’arduo compito che la conoscenza stessa ha affidato loro, diventando “dirigenti”.

© Simone Sgorbati 2019

 

Uova fatali

Russia, 1924. In un periodo in cui ogni opera letteraria di critica verso la civiltà viene censurata, Michail Bulgakov scrive “Uova fatali”, ribellandosi così a una società in declino. Tale racconto narra di come la scoperta di un raggio rosso, in grado di aumentare la velocità di crescita e le dimensioni dell’essere animale, fatta per puro caso dallo scienziato Pérsikov, possa cambiare radicalmente il mondo e coloro che vi abitano. L’invenzione infatti, tolta con avidità al geniale scienziato, verrà applicata da Rokk, uomo privo di conoscenze scientifiche, su delle uova di una particolare specie di boa, scambiate per semplici uova di gallina. L’effetto è catastrofico: enormi rettili aggressivi vagano per la Russia, portando morte e devastazione. Dopo la loro soppressione da parte dell’esercito, solo l’intervento del popolo, rappresentato come una massa irrazionale, simile a quella descritta da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”, permetterà di far dimenticare il terribile evento, attraverso l’uccisione di colui che ne è considerato l’unica causa: Pérsikov. Utilizzando prevalentemente la paratassi e un linguaggio semplice, Bulgakov compone l’opera satirica “Uova fatali”, una delle poche che non verrà messa a tacere dalla censura di Stalin. L’autore critica con parole velenose una civiltà che sta attraversando un processo rivoluzionario; si tratta di una società arretrata, incapace di sostenere importanti scoperte scientifiche, i cui impieghi portano effetti incontrollabili. Per Bulgakov la Russia è in declino, non ha più vie di scampo dalle guerre che termineranno nel secondo ‘900. Caratterizzando la sua opera con tratti pessimistici, lo scrittore dà voce a un popolo segnato dalla guerra, un popolo che non permette agli artisti di esprimersi davanti a una tale devastazione.

Ecco un inno alla libertà di espressione!

 

Anna Dotti 

Mary Crow-Dog, Donna Lakota

«Sono una donna della nazione Rossa, una donna Sioux. E non è facile. Ebbi il mio primo figlio durante uno scontro a fuoco, mentre i proiettili entravano da una parte e uscivano dall’altra».

Potrebbe essere un film, in effetti è un immagine pittoresca quella della donna guerriera che mette al mondo un figlio fra i proiettili, di chi crea la vita nella devastazione. Potrebbe essere un film, uno di quelli in cui gli indiani sono amici dei cowboy e combattono contro gli indiani cattivi che fanno razzia in quelli che sono giustamente i territori dell’uomo bianco. Un bel western ambientato nel 1800.

Ma non è un film e non è il 1800. La storia di Mary Crow-Dog è una storia infinitamente più vera ed infinitamente più vicina; non siamo in una polverosa città dell’ovest, siamo nell’America degli anni ‘70 su un’inutile sputo di terra chiamato Wounded Knee. Lì nel 29 dicembre 1890, il colonnello James Forsyth uccise a colpi di mitragliatrice un gruppo di indiani disarmati, trecento persone fra vecchi e bambini morirono, insieme a venticinque soldati, colpiti per errore dai loro stessi compagni. Ottantatre anni dopo quel luogo era ancora sorvolato dai proiettili, gli indiani non erano disarmati ma in condizioni avverse e in nettissima inferiorità numerica.

Quella battaglia fu solo il culmine di una stagione di fermento e proteste, raccontate perfettamente dal punto di vista di un ragazza, cresciuta nello sfacelo della riserva indiana di Rosebud, attivista del movimento AIM (American Indian Movement) e ex-moglie del suo leader.

Leggendo il libro si entra in un mondo da troppo tempo ignorato, relegato in un angolo della coscienza in

attesa che sparisca, si incontra quello che è l’incanto e il mistero di un popolo vessato e sconfitto, fotografato nel momento in cui, ancora una volta, alzava clamorosamente la testa.

E’ un testo forte, che non si cela dietro a finezze letterarie o metafore, ma allo stesso tempo ha un non so che di tenero, quasi come se ti venisse raccontato dal vivo vicino al fuoco, con davanti le fotografie. Fra le pagine ci sono episodi di violenza e sopruso, insieme a scene decisamente comiche e di tenerezza familiare.

Perché sì:

Questo è un libro da leggere per mettersi in discussione, per capire che non esiste solo l’uomo bianco, per guardare alle altre culture con mente aperta. Durante la lettura imparerai tanto sulle religioni e tradizioni di un popolo diverso, senza farlo dall’alto di una cattedra ma durante quegli stralci di vita quotidiana che ti sono regalati.

Il libro è anche molto scorrevole e piacevole da leggere, sul piano sintattico, e ti catapulta completamente negli eventi.

Perché no:

Il testo, proprio in rigore al suo essere diretto, presenta scende crude, trattate senza tanti giri di parole, cosa che potrebbe infastidire i lettori molto sensibili. Va anche detto che molti termini o narrazioni, per essere compresi al meglio, necessitano di una ricerca più approfondita, anche se non molto complessa da realizzare. Che potrebbe essere fastidiosa.

Alla fine, che sia piaciuto o no, si imparerà quello che diceva il guerriero Ulzana, in un film del ‘72 : “La ragione non è mai da una sola parte”.

Don Chisciotte 2.0

Sono passati ormai molti anni dalla morte del Don Chisciotte che noi tutti conosciamo…

Siamo a Milano, anno 2018, e un giovane ragazzo, appassionato delle avventure del cavaliere della Mancia, decide di seguire gli ideali di quel personaggio, decide di combattere le ingiustizie nel capoluogo lombardo per essere ricordato come un eroe.

Lorenzo, senza riflettere su questa stravagante idea, con il suo vecchio motorino arrugginito che ormai non aveva più bisogno di essere legato nel parcheggio, corre all’anagrafe per compiere una pazzia: avrebbe cambiato nome, si sarebbe chiamato Don Chisciotte!

Il dipendente comunale, dopo essersi accertato del fatto che Lorenzo fosse veramente sicuro della sua scelta, approva la richiesta e finisce di completare tutti i documenti necessari. Lorenzo, anzi, no, Don Chisciotte è felicissimo.

Il ragazzo aveva pensato a degli aspetti che permettessero di incarnare totalmente l’Hidalgo. Per prima cosa si reca dal suo carrozziere di fiducia, tappa fissa una volata a settimana a causa del suo veicolo che aveva ormai circa trent’anni, e si fa stampare su quell’ammasso di ruggine una scritta luccicante, una scritta rosso fuoco, con i bordi gialli, che avrebbe fatto innamorare chiunque se non fosse stato per l’oggetto sul quale era stata applicata. La stampa cita “Ronzinante”, il nome del cavallo di Don Chisciotte.

Tutto va velocemente e due ore dopo erra per la città insieme al suo nuovo amico. Lorenzo aveva udito un ragazzo che fischiettava la canzone “Don Chisciotte” di Guccini.

Subito “il cavaliere” aveva pensato di non essere l’unico ad amare il romanzo di Cervantes e, guardandosi intorno, aveva visto Filippo, un ragazzino basso e robusto, che con la sua bicicletta elettrica pedalava per Corso Buenos Aires.

Lorenzo lo aveva raggiunto e gli aveva esposto la sua idea. I due erano diventati subito amici, anche se Filippo era un po’ scettico riguardo il combattere le ingiustizie. Era però bastata la promessa di un pranzo da Mc Donald’s offerto interamente da Lorenzo a fargli cambiare idea e a farlo diventare il nuovo Sancio Panza.

Mentre i due vagano per Milano alla ricerca di torti da combattere, a Don Chisciotte viene un’idea: – Prendiamo la metro, andiamo in centro che lì di ingiustizie ce ne saranno molte.

Filippo annuisce e, abbandonati i veicoli, scendono gli scalini della fermata Sondrio della Linea Gialla.

Lorenzo, sempre all’erta, nota un ragazzo che, anziché pagare e timbrare il biglietto, scavalca il tornello. Con i riflessi pronti, Lorenzo corre verso “il truffatore” urlando a Filippo: – Seguimi, Sancio, quel ragazzo ha superato la frontiera senza i controlli necessari, dobbiamo fermarlo!

Filippo non fa a tempo a spiegare che quello è solo un tornello della metro: Don Chisciotte è già rimasto impigliato nel tornello che nel frattempo si era chiuso.

Filippo, paonazzo dalla vergogna, timbra il biglietto e supera “la frontiera” insieme a Lorenzo che intanto esprime la sua rabbia contro il dipendente ATM, che secondo lui era alleato del fuggitivo.

Dopo qualche fermata i due arrivano in Piazza Duomo. Ci sono molti turisti che scattano foto, si sentono le chiacchiere delle persone ed è una giornata splendida.

I compagni attraversano insieme Corso Vittorio Emanuele e Lorenzo nota un uomo che sta riscuotendo le tasse. Inutile precisare che gli occhi di Filippo non vedono la medesima situazione: vedono semplicemente un ragazzo che chiede delle offerte per beneficenza.

Lorenzo però è convinto e ritiene che il ragazzo stia incassando più del dovuto per guadagnare.

– Ma Lorenzo, quello è solo un uomo che raccoglie soldi per un’associazione benefica, non sono tasse!

– Sancio, se hai paura puoi anche rimanere qui a guardare, io non lascerò che questo furfante rubi i soldi della gente! – e in men che non si dica si lancia all’attacco.

L’uomo, ovviamente, vedendo un ragazzo che lo sta per colpire, si scansa e Don Chisciotte finisce per battere la testa contro un albero e cade a terra.

Filippo, come molte altre persone, accorre e, dopo aver constatato che Lorenzo fosse cosciente, gli ricordò: – Io te lo avevo detto!- e, stufo di essere messo in ridicolo dalle azioni di Lorenzo, se ne va, abbandonando il suo compagno.

Filippo, ormai solo, entra da Mc Donald’s per gustarsi un bel Big Mac e dimenticare quello strambo pomeriggio.

Don Chisciotte, avendolo visto, entra nel fastfood: c’è un forte odore di fritto. Lorenzo ordina un panino e si va a sedere vicino all’immaginario Sancio Panza.

Filippo si alza ma l’altro lo ferma: – Aspetta, ti devo parlare… lo capisco che tu mi vedi come un ragazzo strano, ma io voglio diventare un eroe, voglio combattere le ingiustizie, voglio essere ricordato e allo stesso tempo voglio divertirmi. Non mi interessa quello che pensano gli altri. Il mondo attuale è pieno di ingiustizie e ormai gli uomini non riescono più a distinguere le cose buone da quelle cattive. Ora io vado, cerco altri torti da eliminare…

E così Lorenzo lascia un biglietto a Filippo ed esce da quel posto alla ricerca di nuove avventure.

Filippo legge il biglietto: “Se ci ripensi chiamami Don Chisciotte (Lorenzo)” e riportava il numero di telefono del ragazzo.

Quel biglietto lascia perplesso Filippo che, dopo una notte insonne, prende il telefono, compone il numero, preme il tasto verde… – Tuuu…tuu…pronto?

Ma questa è un’altra storia…

 

Matteo Colamartino

Antologia di Spoon River. Una riscrittura.

Dove siete, cari compagni, cari amici?
Dove sei o Antonio Colombo, farmacista di fiducia?
Dove è Marta Ferrari, il cui destino l’ha portata lontana dal villaggio?
Dove si trova Luigi Colombo, distrutto dalle sue insicurezze?
Dove ti hanno portato i tuoi Pettegolezzi, o Marta Farina?
Dove si trova anche Roberto Torri, uno degli uomini più amati del villaggio?
Dove sei Lucia, ora che hai sfidato la dea bendata?
Dove ti ha portato il tuo ego, o sindaco Ferrari?
Dove sei andato Giampaolo Rossi, solo per riprenderti quello che ti era stato tolto?
Da dove vieni, o Francesco Bianchi, tu che sei stato accudito dal villaggio?
Dove sei o detective Frecchiami, tu che hai difeso i diritti dei deboli?
Dove siete, miei cari compaesani,
Voi che avete condiviso esperienze di vita
Ma in fondo il destino accomuna tutti?
Dove siete? Tutti ora godete del sonno eterno nel villaggio.
Quel Villaggio che vi ha dato alla luce,
vi ha lasciati liberi di vivere la vostra vita,
ma che alla fine vi ha richiamato a un destino comune.

ANTONIO COLOMOBO

Mi chiamo Antonio,
sono stato richiamato dal Villaggio all’età di 76 anni,
forse avevo vissuto anche troppo.
La mia vita, una routine.
La farmacia, la mia vita.
Dopo 20 anni di servizio per il villaggio,
quando ormai non distinguevo più le facce dei clienti,
decisi di partire,
sì di partire,
andare lontano, ma dove?
Trovai lavoro in una città vicina
e mi trasferii lì
ma non trovai mai la felicità,
quella era rimasta nel villaggio,
e io la volevo, per questo tornai.
Fui accolto come un fratello dal Villaggio
Vissi almeno gli ultimi anni della mia vita felice
sapendo che avevo sempre avuto la felicità
ma che non me ne ero mai accorto
ora riposo felice nel Villaggio

GIAMPAOLO ROSSI

Dove sei, o Marta mia,
dove sei o mia futura sposa,
dov’è quel sorriso che anni fa mi hai fatto innamorare di te,
le mie preghiere sono state esaudite?
potrò mai rivederti?
Perché mi hai abbandonato.
Ho preso una decisione,
forse la più tragica della mia vita,
ti verrò a cercare,
ho bisogno di te.
Il Villaggio ci vuole insieme.
Un giorno chissà ti riporterò al villaggio,
quel giorno è arrivato.
Adesso godiamoci il nostro meritato riposo,
nel cimitero del villaggio

FRANCESCO BIANCHI

Mi chiamo Francesco Bianchi,
oh, il mondo è stato crudele con me:
nato con una gamba sola.
“Non sei degno di vivere” dicevano i miei genitori,
quelle canaglie.
A 18 anni me ne andai,
ero stufo di essere sbeffeggiato da tutti.
Il mondo però aveva ancora qualcosa in serbo per me,
il Villaggio,
un insieme di persone che mi accolsero,
non mi giudicarono.
Loro furono la mia unica ragione di vita.
Diventai grande,
un ingegnere professionista,
costruii gran parte delle case.
Per la prima volta, fui felice.
Il villaggio, la mia unica ragione di vita.
Sono nato senza ali, mi sono state donate.

MARTA FERRARI

Mi chiamo Marta,
sono stato richiamato dal Villaggio all’età di 80 anni,
ma di questi 80, solo 40 li vorrei rivivere all’infinito.
Sono stata una donna fortunata
trovai l’amore già in tenera età,
lo persi, anzi,
me lo lascia sottrarre.
Mio padre, il sindaco, voleva per me una carriera.
Mi strappò dalle mani del villaggio.
Inventò bugie per farmi andare via,
l’unica mia colpa è stata quella di non avere detto no.
Me ne andai,
anzi fui obbligata ad andare.
Andai lontano, molto lontano.
Trovai alloggio da una mia lontana parente,
frequentai le migliori università
e trovai il lavoro che avevo sempre voluto,
o meglio quello che mio padre aveva sempre voluto per me.
Avevo 40 anni, quando quell’uomo che avevo abbandonato anni prima bussò alla mia porta.
Capì di aver perso 40 anni di vita.
Non ci fu bisogno di convincermi.
Tornammo insieme nel villaggio.
Vissi l’altra metà della mia vita con gioia e con mio marito.
Ora riposo con lui, nel Villaggio

PIETRO FERRARI

Mi chiamo Pietro, sono il sindaco del villaggio.
La sorte è stata crudele con me,
mi ha portato via tutto,
mia figlia,
la mia vita.
Tutti mi ricorderanno come una persona crudele,
anche se nessuno si è mai chiesto il motivo.
La sorte mi ha tagliato le ali.
E ora riposo nella vergogna e odiato da tutti,
odiato dal Villaggio.

LUCIA

Mi chiamo Lucia, non ho un cognome
Sono arrivata al villaggio,
come se fossi stata chiamata dal villaggio.
Sfidai la sorte.
Mi dedicai ai dadi.
Le 6 facce che ho odiato di più  in tutta la mia vita.
Persi tutto.
Pensavo di imbrogliare la dea bendata,
pensavo non mi conoscesse.
Ma mi sbagliavo.
La dea bendata mi conosceva,
anche più di me,
conosce tutti noi.

LUIGI COLOMBO

Mi chiamo Luigi,
sono il fratello di Antonio.
Ero fragile,
come un vaso di vetro.
La mia infanzia,
bullismo,
vandalismo.
Me ne dovetti andare dal villaggio,
quel Villaggio che mi aveva visto in fasce,
quel Villagio che è stato crudele con me,
quel Villaggio che non perdonerò mai.
La mia vita è fragilità, nessuno lo ha mai capito.
O forse lo hanno capito ora,
i bulli,
ora che non ci sono più.

MARIA FARINA

Mi chiamo Maria,
sapevo sempre tutto di tutti,
ero la panettiera del villaggio,
ero conosciuta come la regina dei pettegolezzi,
mi chiamavano Perpetua.
Il villaggio per me?
Mezzo per conoscere i fatti altrui.
Verso 40 anni, la sorte cambiò direzione.
Le donne a cui avevo parlato alle spalle si ribellarono,
incominciarono a vendicarsi.
Persi tutto,
mio marito credendo nei pettegolezzi mi abbandonò,
portò via i miei figli.
Non ero più nulla,
evitata da tutte.
La vita?
Strumento per pagare tutti gli errori fatti.
Io li pagai tutti, nessuno escluso.
Quando li ebbi scontati tutti,
la vita mi concesse il riposo.
La morte?
Premio finale dopo aver pagato tutti i torti fatti.

ROBERTO TORRI

Mi chiamo Roberto.
Il villaggio mi aveva chiamato già in tenera età
quando facevo servizi per gli anziani,
ero solo un bambino che si occupava del Villaggio.
Divenni grande,
divenni ingegnere.
Costruii palazzi, case, villette.
Tutti erano orgogliosi di me,
tutti tranne me.
Mi ammalai,
volevo dimostrare a me stesso che potevo lavorare,
anche in quelle condizioni,
anche da malato,
anche senza forze.
Non dimostrai la mia tenacia,
ma solo la mia stupidità.
Questo affronto mi costò caro.
Fui strappato dal mio corpo,
e non avevo ancora fatto nulla.

BENEDETTO FRECCHIAMI

Sono il detective,
ho stanato ladri, truffe, assassini, omicidi,
ho tenuto la malavita lontana dal villaggio,
eppure adesso sono qui,
da solo nel cimitero.
Perché il villaggio non è stato clemente con me?
Cosa ho fatto per meritare questo disonore, la solitudine?
Oh sorte, spiegami,
perché mi hai fatto naufragare nell’alcol,
spiegami perché ho risolto i problemi di tutti,
ma non ho mai fatto caso ai miei.
Se un problema non lo vedi non lo puoi risolvere.
Un bicchiere dicevo.
Troppi, troppi.
Troppi come i disonori e come le pene che adesso pago,
da solo,
nel cimitero del villaggio

Andrea Campus

Simon Singh, L’Ultimo Teorema di Fermat

Perché sì:

Perché l’obiettivo primario del libro è quello di raccontare la storia dei grandi matematici che hanno affrontato l’Ultimo Teorema di Fermat e non quello di cercare di capire la dimostrazione effettiva. È un libro accessibile a tutti e che non necessita alcun tipo di conoscenza preliminare per comprendere le nozioni presentate. Inoltre Simon Singh riesce a concentrarsi sull’aspetto umano e sulle vite di coloro che hanno combattuto per cercare di risolvere la congettura, uno su tutti Andrew Wiles (il matematico che ha effettivamente dimostrato il teorema), cercando di rendere al meglio l’idea dell’impegno e della costanza che ci vuole per raggiungere grandi obiettivi.

Perché no:

Perché la lettura può risultare a tratti noiosa se non si ha interesse nella materia trattata. Il fatto poi che si presenta in una forma di saggio non lascia spazio a possibili interpretazioni come fa un romanzo, ma permette di riflettere su temi importanti quali la perseveranza, l’isolamento e la collaborazione.

La frase:

Accadde circa all’ora del tè; scesi dabbasso e Nada era molto sorpresa che arrivassi così tardi. Allora le dissi: “Ho risolto l’Ultimo Teorema di Fermat”.

 

Un paio di lenti

Edward Collins non era mai stato un uomo d’azione. Il suo fisico non era certamente atletico, per questo schivava le vacanze sotto l’ombrellone, nascondendo i chili di troppo sotto la camicia. Allo stesso tempo, però, adorava il mare, lo faceva rilassare e sentire in pace con se stesso. Ammirava la sua immensità che si perdeva dietro l’orizzonte, quella freddezza nascosta dietro il placido sciabordio delle onde. Quelle acque che tanto attiravano ogni estate orde di famiglie con i propri figli! Lui si chiedeva quante persone avessero inghiottito dall’alba dei tempi, di quante tragedie era stata responsabile. Dato il singolare carattere, i mari freddi nordici erano il miglior rifugio, la miglior vacanza in crociera, per un uomo così solitario e taciturno. Infatti, in quel momento si trovava in viaggio lungo gli spettacolari fiordi norvegesi: vette aguzze, minacciose, solenni, con quell’impatto visivo così forte, che si gettano nell’oceano. Quel pomeriggio Collins passeggiava sulla poppa della nave, mentre sul suo volto sferzava una brezza pungente. A primo impatto, chiunque non avrebbe mai scommesso su una persona del genere. Ma la cosa più sorprendente, e che avrebbe stupito anche il più prevenuto, era la sua intelligenza. Collins era dotato di un intuito formidabile. Nulla gli sfuggiva, tanto che alla fine era diventato un investigatore privato, date le sue qualità. Quando c’era un mistero, acquistava autorevolezza. Vedeva dove gli altri non distinguevano una forma, arrivava alla soluzione prima di tutti. Insomma, trovava il famoso ago nel pagliaio. Nonostante ciò, raramente aveva ricavato soddisfazione da questa sua superiorità nelle deduzioni, anzi spesso ne soffriva, conseguentemente estraniandosi ancor di più dagli altri. si sentiva un po’ incompreso, come un giovane gabbiano, per cui è giunta finalmente la prima prova di volo, ma accidentalmente cade, precipitando, cercando lo sguardo degli altri e della madre, senza ricevere aiuto perché lo si dà per spacciato. E così una innata capacità di volare, vedere oltre i limiti della mente umana, sprofondava in un baratro infinito, sprecata. Mentre questi pensieri attraversavano in picchiata anima e corpo dell’investigatore, un corpo senza peso si schiantò sul legno umido della nave, davanti a lui, senza vita.

***

Intorno al cadavere dell’uomo si riunì presto una piccola folla curiosa ed allo stesso tempo inorridita per l’inaspettato avvenimento. Collins, dopo essersi ripreso dallo spavento per l’improvviso sconvolgimento della tranquillità pomeridiana, aveva iniziato ad esaminare il corpo: era caduto dal piano rialzato, atterrando di schiena e mostrando in pieno il suo volto ormai pallido, in contrasto solo con le labbra livide e gli occhi verde smeraldo, fissi nel vuoto. Sollevandogli delicatamente la testa, Collins notò sul retro del collo una ferita profonda, quasi una netta spaccatura, degna della più affilata lama. “A giudicare dal sangue presente sulla ringhiera qua sopra, deve essere morto almeno una decina di minuti prima del mio passaggio. Meglio chiedere aiuto al capitano della nave”. Il capitano McBerry, dopo le dovute presentazioni si mostrò subito molto disponibile ad aiutare il capitano.
“Sig. Collins, posso farla accedere al sistema di telecamere di sicurezza. Per scendere al piano rialzato bisogna per forza imboccare un corridoio controllato da una telecamera, così potremo subito restringere il campo dei sospettati. Inoltre, a mezzogiorno sono salito di sopra e non ho visto anima viva. Dobbiamo solo controllare qualche ora di video velocizzato” disse il capitano.
“Nessuno ha lasciato la nave, vero?”
“Assolutamente no. Le scialuppe … sono tutte al loro posto”
“La vedo in agitazione, capitano” disse Collins con tono pacato, indagando con lo sguardo l’uomo davanti a lui.
“Sicuramente sono preoccupato, detective. Perché io so chi è la vittima! È Arthur Stickman, un grande imprenditore privato di successo nel campo dell’edilizia. Un settore come quello procura molti soldi come altrettanti nemici, ed uno di questi potrebbe trovarsi proprio su questa nave. Che disastro! Dovrò sicuramente rimborsare parte del viaggio a tutti i clienti. Non è facile campare con crociere nei mari del nord, per non parlare poi della difficoltà di mantenere una buona reputazione!” parlò il capitano in trepidazione. Collins calmò McBerry. Passarono ad analizzare i filmati nell’arco di tempo plausibile: comparvero sullo schermo tre persone ben inquadrate, che si “presentarono” per mezzo delle parole del capitano della nave. Il primo a comparire fu il figlio della vittima, Michael, alto e smilzo, ma dal passo risoluto. Lo seguì con passi frettolosi un uomo sulla quarantina, scopertosi subito di nome Ismael Moods. Era un uomo attraente e ben strutturato, anche se sul suo volto comparivano i primi segni dell’età. Passò infine un marinaio della ciurma, mentre intagliava un blocchetto di legno. Si chiamava Adrian Kent. Collins interruppe il capitano mentre stava analizzando i sospettati: “Potrebbe accompagnarmi sulla scena del crimine, capitano? Dobbiamo cercare degli indizi ed un’arma del delitto”. Fu accompagnato sul luogo dove il defunto imprenditore e i tre sospetti avevano convissuto per un lasso di tempo. Arrivati, l’investigatore iniziò ad esaminare l’area, al centro della quale erano presenti numerose cabine per cambiarsi. “È come un labirinto. Per l’assassino deve essere stato facile nascondersi”. Giunse davanti al punto in cui il cadavere era rimasto per un quarto d’ora. Notò che il pavimento era scricchiolante e produceva un fastidioso rumore. “Dopo essere stato colpito, il corpo del sig. Stickman si deve essere accasciato sulla ringhiera, retto dalle sbarre. Poi è arrivata un’onda, la nave ha oscillato ed il cadavere è caduto di sotto. In tutto questo la vittima non deve essersi accorta di nulla. Dell’arma del delitto, nemmeno l’ombra. Credo sia fortemente necessario un bell’interrogatorio con i tre sospetti”.
McBerry mostrò a Collins la stanza di Ismael. Lo trovarono immerso nella lettura. L’uomo, senza opporre resistenza, accolse Collins nella cabina.
“Ismael, conosceva il sig. Stickman?” domandò l’investigatore.
“Bè … era un nome noto, l’avevo incontrato anche un paio di volte. Certo non sembrava un tipo molto simpatico, a differenza del figlio e della moglie” deglutì, poi scusandosi per l’emotività dovuta al momento
“Cosa stava facendo di sopra, mentre avveniva l’omicidio?”
“Prendevo una boccata d’aria, avevo acceso un sigaro”
“Non ha notato o sentito niente?” incalzò Collins.
“Avevo il vento sparato nelle orecchie mentre guardavo il mare. È un po’ difficile dare una risposta a questa domanda” si difese I’interrogato.
“Per adesso non ho altre domande, ma si tenga pronto”.
Poco dopo riuscì anche a parlare con il marinaio Adrian. Il tutto si concluse senza alcun passo avanti, senonché, sul congedo, egli aggiunse un particolare: “una cosa però posso dirgliela, nessuno ha camminato sul pavimento dove si trovava Stickman”
“Ne è proprio sicuro?”
“Dalla mia cabina, dove stavo lavorando la mia statuina, avrei sentito lo scricchiolio del legno. Quelle assi sono fuori posto da qualche mese e fanno un bel concerto!”
La tappa successiva fu la stanza dove stava la famiglia Stickman. La vittima era in vacanza con il figlio e la moglie, la signora Jane. Con grande stupore per il capitano, Collins chiamò per prima la donna. Raggiunsero un luogo più appartato per mettere a proprio agio Jane.
“Negli ultimi giorni ha notato in suo marito dei comportamenti particolari?”
“Assolutamente no. Era tutto … tutto così normale – la moglie era scossa e a tratti singhiozzava – se così si può dire. Vede, negli ultimi anni il nostro rapporto si era incrinato. Litigavamo sempre e tutto questo si rifletteva su nostro figlio. Quanto l’abbiamo trascurato! Ed io, invece di stargli vicino …” la donna si interruppe. Collins la scrutava mentre lei fuggiva con lo sguardo negli angoli della nave con nervosismo.
“Conosce un certo Moods? Sa per caso se avesse delle divergenze, o anche solo contatti, con suo marito?” Edward dovette nascondere un sorriso di soddisfazione che comparve improvviso sul suo volto.
“Ismael?! È sospettato? Credete che sia lui l’assassino? Le assicuro che Ismael è una persona tanto tranquilla e pacata!” rispose istintivamente la sig.ra Stickman.
“Io non le ho parlato di alcun Ismael”. La donna rimase interdetta per un istante sapendo di aver detto qualcosa di incriminante.
“Meglio che glielo dica subito, tanto prima o poi si sarebbe venuto a sapere. Io ed Ismael ci frequentiamo da diversi mesi, ormai. È una storia complicata; non ho mai avuto il coraggio di confessarglielo”. Il suo volto esprimeva allo stesso tempo una specie di liberazione e preoccupazione.
“Va bene. Per il momento rimanga qua, io devo parlare con suo figlio”
“La prego, non gli dica nulla di me e Ismael. Non voglio soffra ulteriormente!”.
Intanto il capitano seguiva l’investigatore, cercando di tenere il passo. Guardava con meraviglia quell’uomo che, al momento dell’imbarco, gli era sembrato un timido viaggiatore. Al momento giusto, si fece coraggio e azzardò una sua ipotesi: “Cosa pensa di questo caso? Non crede che Ismael abbia nascosta la sua, come dire, gelosia nei confronti del sig. Stickman?”
“Non abbiamo ancora finito con le domande, capitano. Qualcosa non torna, e non abbiamo ancora capito con quale arma sia stato compiuto il crimine”.
Giunsero nuovamente di fronte alla cabina degli Stickman. Collins chiese il permesso al figlio di poter perquisire la stanza. La richiesta ricevette un consenso positivo. Con l’aiuto di McBerry, Collins cercò scrupolosamente tra gli oggetti dei coniugi, finché dalla boutique della signora Jane non emerse un piccolo coltello luccicante alla quale era legata una lunga ma sottile corda, e su quest’ultima vi era una visibile macchia rossiccia.
“Quello è un coltellino da lancio! È l’arma del delitto, lo sapevo: il caso è risolto!” urlò trepidante il capitano. Ma appena si voltò verso Michael, seduto sul letto con le mani tra i capelli, arrossì per l’imbarazzo e si scusò per l’impudenza. A rompere il silenzio fu Edward, che con un secco “Ce l’ho”, rivolse la sua attenzione verso il figlio della vittima e chiese: “Tuo padre aveva già fatto testamento, figliuolo?”
“Ehm … sì. Era tutto intestato a … mia madre”
“Perfetto! Manca solo un tassello. Capitano McBerry, riunisca Michael, Jane ed Adrian” e corse via.
“E Ismael?” domandò il capitano. Ma Collins era già lontano.
Ismael passeggiava lungo il ponte della nave pulendo i suoi occhiali con un panno, quando l’investigatore piombò di fronte a lui con una tale carica che, sobbalzando, fece cadere il paio di spesse lenti in acqua
“I miei occhiali!!” gridò Ismael. Collins tirò fuori dalla tasca della giacca il coltellino e lo puntò contro l’uomo di fronte a lui, impugnandolo saldamente nella mano.
“Hai mai visto questo coltellino?!” urlando più che domandandolo.
“Assolutamente no, detective!”
“Non mentire!”. Ormai negli occhi di Ismael si leggeva vero e proprio spavento.
“Lo giuro sulla mia vita! Lo vedo nitidamente”
La scena era surreale: il coltellino era praticamente attaccato alla punta del naso di Ismael. Collins tirò un sospiro di sollievo. E aggiunse: “Ismael Moods, il caso è chiuso.

***
Il capitano della nave aveva riunito tutti i sospettati nel salone. I due uomini che mancavano all’appello arrivarono con passo lento: sulla faccia dell’investigatore si leggeva serenità, l’altra era sbiancata. Ismael si aggiunse agli altri, completando, agli occhi di Edward Collins, il “quadro del caso”. Nella sala aleggiava ansia mista a curiosità, in un delitto che l’insolito detective aveva quasi trasformato in un gioco.
“Signori – iniziò Collins – vi ho riuniti qui perché sono sicuro di poter indicare l’assassino che si trova seduto con voi. Ma ripartiamo dall’inizio. Nel primo pomeriggio Arthur Stickman è stato ucciso con un letale colpo al collo. È stato colpito di sorpresa, alle spalle, e ci ha lasciati senza gridare. Grazie alle telecamere di sicurezza, è stato sin da subito possibile restringere il campo degli indiziati, individuando tre “candidati”. Queste tre persone erano Michael Stickman, Ismael Moods e Adrian Kent. Per un caso fortuito, è stata ritrovata anche l’arma del delitto. Si tratta di un coltellino da lancio legato ad una cordicella: un lancio preciso, senza troppo impegno, e il crimine è stato compiuto. Ciò era necessario poiché il pavimento scricchiolava con il passo più felpato e l’assassino sarebbe stato sorpreso. Dagli interrogatori, è emerso che la moglie del defunto Stickman, Jane, era in vacanza con il suo amante e altri non era se non Ismael. Arthur aveva inoltre da poco depositato il testamento, in cui tutto il suo patrimonio sarebbe stato ereditato dalla moglie”. Tutti si girarono verso Ismael e Jane, mentre quest’ultima si copriva il volto. “Quindi, quale pretesto migliore per sbarazzarsi del marito e condurre una vita nel lusso per il resto dei propri giorni?”.
“Non è vero! – urlò all’improvviso Ismael – non è vero! Io non so come dirglielo, se non così! Sono innocente, non tragga conclusioni affrettate!”
“Stai zitto tu! – proruppe Michael – abbi un briciolo di vergogna per il tuo gesto! Solo per i soldi di papà!”. Ormai Jane era in lacrime.
“Adesso immagino che tutta l’eredità spetti a te” era intervenuto Collins con scandite parole.
“Io … credo di sì, ora che mia madre andrà in carcere per complicità, dato che ha nascosto l’arma del delitto per amore di quell’uo … assassino. Sapevo che quella relazione non avrebbe portato altro che guai”
“E perché non buttarla, non sarebbe stato più semplice? Ragazzo, qui arriva il bello: in carcere ci andrai tu”. La sala rimase di stucco alle parole dell’investigatore.
“Che cosa sta dicendo!? Non ha prove per dimostrare l’innocenza né mia, né di Adrian, né di Ismael, ma quest’ultimo ha sicuramente un movente” chiese Michael, con un’espressione attonita.
“Lo spiegherò adesso: Ismael è ipermetrope. L’ho notato quando ci siamo incontrati la prima volta: leggeva senza occhiali, ma ne portava con sé un paio. Inoltre, quando gli ho mostrato il coltello, egli non ha strizzato gli occhi per mettere a fuoco, dicendo di vederlo nitidamente. Ora, se Ismael non è miope, con quelle lenti spesse ha sicuramente il problema opposto. Quindi non sarebbe mai riuscito a colpire con precisione il sig. Stickman con la vista compromessa. Invece Adrian non avrebbe mai potuto nascondere l’arma del delitto nella vostra camera, poiché non poteva accedervi in nessun modo. Avendo eliminato due sospetti su tre, è ora di parlare del nostro assassino. Michael, tu sapevi dell’eredità di tuo padre e anche dell’amante di tua madre: un movente perfetto per incastrare il suo amante e intascarti il patrimonio”. Collins guardò con occhi di sfida il giovane ragazzo.
“Io … io ti ammazzo! Ti ammazzo, fosse l’ultima cosa che faccio!” e gli saltò addosso. Ma Adrian, prontamente, lo placcò con forza e lo immobilizzò.

***

Sul far della sera, arrivò la polizia. Collins spiegò loro cosa era successo e li informò riguardo tutti i dettagli del caso. Il viaggio ripartì con due persone in meno: Arthur e suo figlio. Quel giorno il detective trascorse tutta la notte sul piano rialzato a scrutare l’orizzonte, buio e irraggiungibile. Aveva una sensazione strana: per la prima volta si sentiva veramente soddisfatto. Col passare del tempo, iniziò sempre a più a rilassarsi, finché non chiuse gli occhi, ripensando a quel paio di lenti del signor Ismael. E così si addormentò, mentre i primi raggi di sole gli illuminavano il volto.

Lorenzo Masi

Mapi Danna e Chantal Borgonovo

La vera abilità non sta nel corpo, ma sta nell’intenzione e nel progetto che ogni uomo ha

È praticamente impossibile cercare di descrivere in un breve post le emozioni che abbiamo vissuto in questo intenso incontro, il quinto del nostro ricchissimo anno. Davanti a noi due donne: Mapi Danna e Chantal Borgonovo co-autrici del libro-testimonianza Una vita in gioco. L’amore, il calcio, la SLA.

Risultati immagini per una vita in gioco

L’amore è quello fra Chantal e Stefano Brogonovo, calciatore di vertice del calcio italiano anni novanta; un amore forte, profondo, capace di resistere inalterato anche quando, inaspettatamente, il destino decide di mettere Chantal e Stefano di fronte a qualcosa che non si può controllare: la SLA, la “stronza”malattia che colpisce Stefano a soli quarant’anni. Questo libro è proprio la storia di Chantal, del suo amore e del suo coraggio; del suo orgoglio di donna, di madre e di moglie. Lei ha messo la storia, Mapi Danna le parole, per un connubio unico e riuscito.

Mapi: Prima di iniziare a scrivere ho ovviamente passato tanto tempo con Chantal: siamo state insieme tanti giorni e ne è nata una lunghissima intervista. Chantal è una donna che non si è mai piegata al dolore e che ha sempre mantenuto lo stesso sguardo nei confronti di Stefano. Dunque anche io ho cercato di scrivere un romanzo che non fosse triste, che non fosse solo un romanzo di malattia. Questa è la storia di Chantal e del suo desiderio nei confronti di Stefano, un amore mai venuto meno, anche nei momenti più difficili. Ma forse ora è meglio che sia proprio Chantal a raccontarci come questo amore sia nato…

Chantal: Quando ho conosciuto Stefano, io avevo quindici anni e lui diciassette; siamo usciti per due anni come amici fino a che non ci siamo fidanzati. Siamo stati fidanzati tre anni e poi sposati, giovanissimi. Io ero davvero giovane perché avevo 20 anni e lui già giocava con la primavera del Como (e aveva già esordito in serie A!). Stefano fin da quando aveva due anni andava a dormire con il pallone: la sua era una passione grandissima e fare della propria passione il proprio lavoro è un fatto bellissimo. La nostra vita era perfetta, fino a quando a un certo punto Stefano ha iniziato ad avere problemi di pronuncia. Dalla sera alla mattina ci siamo accorti che faticava a pronunciare determinate lettere. La lingua è un muscolo e la SLA colpisce proprio tutti i muscoli volontari. All’inizio certo non ci aspettavamo una cosa del genere; con il passare dei mesi la malattia ha preso la mano e il braccio sinistro e abbiamo capito che c’era probabilmente qualcosa di molto serio. La diagnosi per lui è arrivata immediatamente: Stefano aveva 41 anni e ha ricevuto questa condanna a morte, perché di SLA non si guarisce. Neppure oggi esiste una cura.

Mapi: Quando Chantal mi ha raccontato la sua storia la prima cosa che le ho chiesto è stata:  “Ti sei mai chiesta “perché a me”? E lei mi ha riposto di no, perché se no si sarebbe dovuta chiedere anche “perché non a me?”. Questa riposta mi ha profondamente colpito. Non si è mai sentita come una badante. Lei è stata una care-giver, è stata il collegamento fra Stefano e il mondo. Si è presa cura di lui, includendolo nella vita di tutti i giorni nonostante la malattia. Chantal ha continuato ad avere bisogno di lui. Ad un certo punto poi Stefano ha deciso di rendere visibile la sua malattia, e si arriva dunque alla celebre “partita di Firenze” , episodio che segna il vero e proprio inizio della “seconda vita” di Stetano.

Chantal: Per due anni mio marito è peggiorato molto. In due anni un giovane calciatore come lui, sano e forte, è stato praticamente smontato: la SLA gli ha rubato tutto fino a fargli muovere solo gli occhi. Una pallina di neve che diventa valanga Alla fine di questi due anni Stefano è stato costretto ad essere attaccato a un respiratore per sopravvivere. Dopo aver toccato il fondo ed essere stato vicinissimo alla morte, Stefano ha deciso di mostrarsi, per rendere visibile una malattia di cui non si parlava molto. Stefano ha sdoganato questa malattia. Ha voluto farsi vedere per far capire quello di cui si sta parlando. Un modo straordinario per sdoganare la malattia; aiutare chi era nell’ombra e soffriva nell’ombra.

Il nostro dialogo prosegue, e attraverso le parole di Chantal e Mapi tocchiamo con mano la semplicità di un uomo che anche di fronte al dolore più puro ha sempre conservato la sua grande ironia. Si apre poi il tempo delle nostre domande:

[A Chantal] Quando lei si sentiva oppressa, quando la fatica era troppa, come scappava? Come faceva a trovare un momento di pace per se stessa?

Io avevo 39 anni quando si è ammalato Stefano, e una malattia come la SLA ti prende tutto, occupando ogni singolo istante della tua vita. Io trovavo il tempo nelle piccole cose. Noi abitiamo al centro di un piccolo paese e abbiamo tutto vicino. Anche solo scendere per un caffè, uscire da casa cinque minuti era un momento di respiro. Quelli erano diventato degli spazi piccolissimi che però mi permettevano di respirare, in cui mi allontanavo da tutti. Così sono riuscita ad arrivare fino in fondo. Quando poi è mancato Stefano e io sono tornato alla vita “normale” ho fatto davvero fatica ad abituarmi a questa normalità. Ora sono tornata quella che ero prima della malattia di Stefano e ora non mi sono ancora abituata del tutto.

[A Chantal] Come ha fatto a trovare la forza di scrivere ciò che ha vissuto?

Quando è mancato Stefano per il primo anno ho dormito, cercando di recuperare le ore di sonno accumulate. Il secondo anno ho mangiato: mangiavo per riempire lo spazio vuoto lasciato proprio da Stefano. Solo dopo ho iniziato a pensare e mi sono detta: ma perché non raccontare questa storia così particolare e ricca per tutto quello che contiene? Un po’ è stata come una catarsi, perché parlare vuol dire anche guarire. E poi il libro ha fatto bene anche agli altri. Continuare a parlare di SLA perché su queste malattie che non fanno grandi numeri i riflettori si spengono facilmente, ed è fisiologico. La speranza è che questo racconto possa fare strada: sogno che un giorno se ne possa trarre un film, per far sì che questa storia raggiunga ancora più persone.

[A Mapi] Durante la lettura si apprezza l’alternanza fra la storia e la lettera. Come nasce questa idea? Ci può regalare qualche consiglio di scrittura?

Questa idea dell’alternanza è nata proprio da Chantal. Nel nostro primo incontro Chantal ha detto due cose: vorrei che le mie figlie piccole conoscessero di più la storia del loro papà e vorrei riuscire a dire a Stefano delle cose che non sono mai riuscita a dirle mentre era vivo. Mentre Stefano era malato io ero troppo impegnata a fare piuttosto che a dire. Io volevo che questo libro fosse leggibile e che fosse come le ciliegie, che una pagina tirasse l’altra. Per questo il linguaggio è semplice, colloquiale e incalzante.

[A entrambe] In che modo, concretamente, è avvenuta la stesura del libro?

  1. Mentre scrivevo, Chantal non mi ha mai chiesto di poter leggere e correggere nemmeno una parola. Una sera le ho consegnato tutto il manoscritto e Chantal non ha cambiato nulla del manoscritto. Ho scritto tutto, e solo dopo lei lo ha letto, senza mai essere intervenuta prima.
  2. Se l’avessi voluto scritto esattamente come volevo, l’avrei scritto io. Per me era interessante come un’altra donna avesse percepito la mia storia e quella di Stefano. Quando racconti “fai uscire” la tua storia e questa non è più tua. Ero curiosa di leggere la mia storia scritta da un’altra donna che l’aveva ascoltata. In fondo è stata una scoperta. Il bello è stata leggerla così!

[A Chantal] Come è stato affidare una storia così intensa a una donna che prima non conosceva? Dove ha torvato il coraggio

  1. Paradossalemnte è stato più facile proprio perché non conoscevo Mapi. Il fatto di non conoscerla all’epoca è stata una cosa positiva perché io ho potuto veramente raccontare tutto senza alcuna remora. Adesso che la conosco, se le dovessi parlare di nuovo di alcune cose, non lo farei. Lei al tempo era un foglio bianco e questo mi ha facilitato.

Grazie di cuore per questo pomeriggio, uno dei più ricchi del nostro anno scolastico. Grazie a incontri come questi la scuola può diventare davvero un luogo di bellezza, di fiducia e di crescita.

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